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LE MONDINE, RICORDI DI SACRIFICIO E DIGNITA’

  • Immagine del redattore: Centro Culturale Giuseppe Amisani
    Centro Culturale Giuseppe Amisani
  • 2 mag 2022
  • Tempo di lettura: 3 min

di Maria Grazia Demartini


PERIODO: Secondo dopoguerra. Anni '50

Ho nelle vene i castagneti materni di Pavullo nel Frignano, ma soprattutto terra paterna di Lu Monferrato, filari di vigne e qualche noccioleto, ma nel cuore Mede, appena al di là del Po, ove vivo dall'età di nove giorni (sic!). Verdissime distese d'acqua in aprile maggio, allora canore per migliaia di rane. La nostra casa, con annessa osteria, era sul limitare del paese, ove la strada tra i campi, conduceva alle grandi cascine dei latifondisti che vivevano a Torino, mentre le terre erano condotte dai fittavoli. Mede accoglieva circa ottocento donne (a cui si aggiungevano circa duecento locali che raggiungevano ogni mattina in bicicletta le risaie) di età compresa tra i quindici e i sessant'anni. Provenivano da zone ancor più povere della nostra, dall'appennino emiliano, dal mantovano, cremonese, bresciano e bergamasca. Arrivavano con treni speciali fino alla stazione di Mortara, ove in un apposito centro di accoglienza, venivano rifocillate, anche grazie all'aiuto delle suore Pianzoline, e poi suddivise per le varie cascine. Le vedevo passare sulle vecchie e traballanti corriere blu stinto e prima ancora sui carri con valigette di cartone o sacchi di tela con le loro povere cose. Le aspettava tra maggio e la fine di giugno una quarantina di giorni di monda: 10 – 12 ore al dì, a partire dalle 5 del mattino, piedi nell'acqua e schiena curva sotto l'assedio di sole, insetti e bisce d'acqua (migrazioni, estrema povertà, viaggi disagevoli, centri di accoglienza, condizioni di vita spesso al limite del sopportabile...c'è forse qualcosa che ci riporta ad oggi?). Avevano una sorta di contratto di lavoro, qualcosa che garantiva 1000-1.500 lire di salario per 6-7 settimane. Più 1 chilo di riso per ogni giornata lavorativa. Un “malloppo” che riportavano a casa come un tesoro prezioso, ossigeno per l'intera famiglia, per i tempi magri dell'inverno. Guadagnavano in quaranta giorni, quanto l'intero inverno a far la serva in città. Un simbolo, quelle donne tutta grinta e coraggio, celebrate da film, canti, storie entrate nella leggenda e nella cultura popolare. Poi, anni Sessanta, il progressivo avvento delle macchine, dei diserbanti, e sempre meno schiene curve. In osteria entrava ogni tanto qualcuna di loro a bere un bicchiere di vino chinato, cappellaccio di paglia sul fazzoletto intorno alla faccia rossa e sudata, per tornarsene poi fuori. Si spiegava la piaga dell'alcolismo che flagellava la zona. Nei lunghi tramonti infuocati di Lomellina le grandi cascine si animavano. Arrivavano i merciai con la grande valigia sul portapacchi della bici o con il carrettino, ben compartimentato trainato dal triciclo: pettini, spazzole, saponi, elastici, ampi foulard di cotone, ecc.. Merciai scendevano, per la stagione, dalla Lunigiana, guidati dalla mitica Bina di Bagnone. E subito un pullulare, un chiacchiericcio intorno a tanta cornucopia. Sull'imbrunire, specie di sabato sera, qualche ragazzo imbrillantato, arrivava con un giradischi per dare inizio al ballo, ma poche si lasciavano attrarre, la maggior parte si ritirava in dormitorio per scrivere a casa. Alla domenica le tabaccherie si affollavano, chi cercava una cartolina, chi i francobolli per inviare i saluti ai parenti. C'erano poi le infermiere volontarie della Croce Rossa che arrivavano da Mortara con disinfettanti e creme, perché le gambe presentavano irritazioni, ferite, punture di insetti, qualche mondina poteva contrarre anche infezioni con febbre. Le Suore Pianzoline, di cui quest'anno (2020) ricorre il centenario, fondate dal Beato Padre Francesco Pianzola (1881-1943) proprio per l'assistenza religiosa e morale alle mondariso, arrivavano a piedi o in bici su quelle strade polverose e, sotto ad un portico, tentavano un po' di catechesi, ed in casi fortunati, ove presente la Cappellina, animavano la S. Messa. Erano Suore dall'abito non ingombrante, il velo era sostituito da una retina. Faticavano parecchio perché queste ragazze erano stanche, pensavano con nostalgia alla famiglia a casa. Oggi le mondine non esistono più. Chi le ricorda tradisce un'età non più giovane, anzi. Ora i grandi dormitori sono stati convertiti in agriturismi, qualcuno è crollato. A Mede è rimasta una stradina tra i campi denominata Via delle Mondine; e a Mortara lì nella piazzetta prospiciente l'edificio dell'Ente Risi e della Sala di contrattazione, c'è un monumento, che mostra una di loro, gonna alzata al ginocchio, la “caplina” dietro le spalle e l'erba estirpata nell'altra. E' un bel monumento, non grande, non pretenzioso, non retorico come lo sono spesso i monumenti: tanto che, a chi passa, viene voglia di fermarsi, di salutare la mondina e di ringraziarla per tutto quello che ha fatto assieme alle sue colleghe per tutte le donne della Lomellina che oggi trattano il riso nel ruolo di imprenditrici agricole.


Racconto vincitore del 2° Premio Concorso letterario “Pianeta donna” S. Margherita Ligure

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