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Lomellina.

  • Immagine del redattore: Centro Culturale Giuseppe Amisani
    Centro Culturale Giuseppe Amisani
  • 3 dic 2022
  • Tempo di lettura: 2 min

di Piero Gerla

Questa è stata la terra dei miei nonni, è la terra della mia gente. La mia terra d’adozione, una terra di cui vado fiero. La Lomellina è una terra d’acqua, costruita di sudori, di silenzi e di mani operose. Altrove, un po’ tutti raccontano di posti incantevoli, e scrivono di antiche memorie, e molti celebrano il fascino di rovine maestose, di opere tirate su per sfidare le ingiurie del tempo. La mia Lomellina presenta un racconto diverso: è più umile, e forse anche per questo ai miei occhi si mostra più vera. La Storia di questi luoghi si è dipanata nelle campagne: è una storia fatta di schiene piegate sulla terra, è un racconto di vita vissuta nella frugalità dei pasti e nel ricordo di feste passate troppo in fretta, e sempre troppo brevi. Sta nell’accettazione di stanchezze mai sopite, sta nell’ansia che ti coglieva al sorgere del sole e nel sollievo che provavi all’arrivo del tramonto, quando era l’ora di mettere fine alla tua giornata. E’ fatta di albe che non hai avuto il tempo di gustare perché il lavoro dei campi ti chiamava, e ti premeva. E’ fatta di fatica, quando i vapori dell’afa dell’estate velavano la monotonia di questi nostri paesaggi, o quando al declinare della stagione le brume coprivano di grigio l’orizzonte, e ti intirizzivano le mani, e ti facevano rabbrividire. E’ fatta di giorni passati lavorando con i calli nelle mani, con le falci e i badili che balenavano sotto il sole, nella frenesia dell’attività, nell’impazienza di chiudere il conto del giorno con la terra. Tra i lavoratori della campagne le parole erano rare e erano poche. Il tempo di passarsi il panètt, il fazzoletto, intriso della propria fatica, sulla fronte, e dare uno sguardo frettoloso a quello che rimaneva da fare. Nel passato, quando la giornata stava volgendo al termine, lo sguardo del lavoratore della campagna si alzava dalla terra di tanto in tanto per dare un’occhiata, solo per un attimo, lontano, laggiù, al campanile del paese. E si tendeva l’orecchio ad ascoltare, a contare i rintocchi delle ore: ecco, è arrivato il momento di tornare a casa. Il nostro benessere di oggi è nato così, da quei sudori, da quei silenzi e da quelle mani. Quella che noi consideriamo una conquista che ci appartiene è solo il frutto di un’eredità che ci è stata elargita dai sacrifici di un popolo umile e fiero, ottenuta dalla sua voglia rabbiosa di uscire fuori dalla miseria. Il lavoro intenso, talora drammatico, di un popolo che se n’è andato in silenzio, che si è portato dietro tanti patimenti, accettati e sopportati nella speranza di lasciarci un mondo migliore.

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