Ricordi d'infanzia.Le mondariso.
- Centro Culturale Giuseppe Amisani
- 20 nov 2022
- Tempo di lettura: 2 min
di Piero Gerla

Quando in primavera si allagavano le campagne per la semina del riso, arrivavano dal Veneto e dalla Pianura emiliana frotte di ragazze da impiegare nella monda: le mondine. Erano in gran parte delle ragazzone, c'era anche qualche donna più attempata, ma tra loro ce n’erano anche di giovanissime. Sempre allegre, sempre loquaci, anche quando alla sera tornavano cotte dal sole e sfinite dalla fatica ai loro dormitori, in quei cascinali spesso fatiscenti che erano sparsi per la campagna.
E la loro campagna era davvero dura. Passando lungo le stradine polverose, dalle sponde degli argini le vedevamo sempre curve nel bel mezzo delle risaie: erano come spezzate in due, con le gambe affondate nell’acqua e nel fango fino alle ginocchia, sotto quegli enormi cappelli di paglia a ripararle dal sole, in mezzo ai vapori della calura.
Eppure cantavano. Cantavano sempre. Il loro canto ci arrivava smorzato, portato da refoli di vento, assieme al frinire delle cicale.
Sì, poi è arrivato nelle sale cinematografiche anche “Riso amaro”: il film, per quanto coinvolgente, parlava di altre cose, cose diverse da quelle che vedevamo noi, nella nostra infanzia, ogni giorno, tra il riverbero di quelle distese d’acqua che si perdevano lontano, fino all’orizzonte.
Era la fatica, la terribile fatica della risaia, ed era il sudore, erano i tafani, e le mosche, e le vespe, e poi il caldo afoso e implacabile che ti brucia la testa, e le gambe che affondano per ore nella melma, e lo sforzo di trascinarsi avanti. E il tempo che non passa mai.
Tutto questo non lo puoi descrivere all'interno di una finzione cinematografica per quanto ben riuscita: lo devi vedere dal vivo, devi esserci stato là, devi avervi assistito di persona. E anche questo non basta a capire quanto sia stato difficile per quelle ragazzone venute da lontano a guadagnarsi il pane.


Commenti