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UN TEMPO NON ERA MEGLIO

  • Immagine del redattore: Centro Culturale Giuseppe Amisani
    Centro Culturale Giuseppe Amisani
  • 12 mag 2022
  • Tempo di lettura: 2 min

di Maria Grazia Demartini

foto: Classe della scuola elementare di Mede fine anni '40

In occasione di un recente incontro sul dialetto, in biblioteca, ho sentito elogiare il buon tempo antico. Ma spesso e volentieri, dimentichiamo quanto la società di cent'anni fa fosse rigidamente divisa in classi che si frequentavano ma non si mescolavano quasi mai. Era una questione di reciproca utilità: nelle cascine gravitavano cento mestieri. Le vite si intrecciavano per necessità, non per piacere o riposo condiviso. E verso i reietti, i più poveri, c'era l'oblio: erano invisibili. Ma in modo particolare lo erano gli ultimi fra i reietti: i loro bambini; e fra questi, ultime erano le bambine, come scriveva Matilde Serao. Chi oggi ha più di settant'anni, come la sottoscritta, è stato un bambino o una bambina negli anni cinquanta del secolo scorso. I bambini giocavano insieme e spesso eseguivano insieme i “compiti”, giocavano nelle case, nei cortili, sotto i porticati, nelle campagne, nelle strade e nelle piazzette. Giocavano a quei giochi creativi e umani di allora, giocavano a fare i bambini e giocavano a fare gli adulti. Imitavano i grandi. Frequentavano le stesse aule nelle elementari, ma nelle frazioni, come è emerso nell'incontro, le classi erano accorpate (pluriclassi). In quelle aule si notavano le piccole differenze sociali, che per i bambini erano grandi e per non soffrirne si reagiva con ribellione o finta accettazione. Il carattere si formava lì, in quelle aule. I bambini che appartenevano alle famiglie povere indossavano grembiulini e casacche che erano stati utilizzati da altri bambini oppure da fratelli e sorelle prima di loro. Te ne accorgevi dal corpetto alto, quindi ascellare, e dall'orlo fatto e rifatto, allungato, tela scolorita, mancava il colletto. Erano spesso pluriripetenti, anche per le troppe assenze, per forte pioggia o neve… Cosa che non capitava ai figli dei fittabili che, al termine della quinta classe, erano collocati in collegio. C'erano altre differenze che umiliavano alcuni bambini: si chiamava patronato, consisteva nella mensa gratuita, nel donare i quaderni con la copertina nera e il bordo rosso, le penne e i pastelli ai più poveri.

Nonostante fin da piccola avessi sempre avuto una passione straordinaria per la lettura, i libri che avevo a disposizione erano davvero pochissimi; quando ero ammalata la mamma ne acquistava uno all'edicola Bombardieri. Ricordo anche un librone, estratto dalla rinomata “Grande Enciclopedia Laorusse” che mi pare mi avesse regalato zia Marina, l'unica che, con Don Lorenzo, avesse studiato e faceva la maestra elementare. Leggevo la Gazzetta del Popolo, le riviste che portavano a domicilio: 'Primavera', 'Noi Donne', qualsiasi cosa mi capitasse a tiro. Poi c'era la categoria delle famiglie che stavano bene, con pochi problemi. I bottegai, gli artigiani, i coltivatori diretti, i capi mastri, gli impiegati. E infine le famiglie benestanti, in genere tre o quattro per classe, non di più, il medico, il farmacista, la maestra, il maresciallo dei carabinieri…. I bambini sono lo specchio dei grandi, sono lo specchio del mondo. Sono i bambini che ci aiutano a leggere le condizioni del mondo. Sono gli occhi dei bambini che ti indicano gioia e tristezza.


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